Edipower, braccio di ferro tra gli ambientalisti e gli operai in ferie forzate che vogliono tornare al lavoro .
Confronti serrati. Parole grosse. Rabbia. In alcuni momenti i toni del sit-in che nel complesso è stato pacifico sono saliti oltre le righe. Ma a riportare la calma è stato sufficiente un energico abbraccio dei poliziotti, pronti ad intervenire. «No al carbone, si deve passare al gas perchè a parità di kilovattora, os sia producendo la stessa energia elettrica, si produce però la metà di inquinanti e zero anidride solforosa. Non lo dico io, lo dicono i testi di chimica - parte in quarta Ric - cardo Rossi del gruppo «no al carbone» -. L’unico che ci perde è il padrone di questa centrale. Così non si difende il lavoro, ma il profitto dell’Edipower».

«La nostra non è solo una protesta è anche una provocazione - afferma Pino Siragusa del Comitato cittadino Brindisi Porta d’oriente - perchè da anni si parla di nuovo modello di sviluppo, le linee sono state tracciate, ma se non si fissano dei paletti, questo è un modello che non si potrà mai avviare. Il progetto Edipower non va certo in questa direzione». «La città è abbrutita dai problemi che vive ogni giorno - sostiene Giovanni Vonghia che appoggia la protesta del «no» - in primis la disoccupazione. Fin quando ci sarà contrapposizione tra lavoro e tutela dell’ambiente i risultati saranno quelli di una partecipazione scarsa. Penso che il problema sia questo. Chi è presente qui, oltre che a chiedere meno carbone, ha a cuore i problemi dei lavoratori che hanno diritto ad operare in un ambiente più salubre».
Il chiodo degli ambientalisti (e non solo) è il rispetto delle regole fissate dalle convenzioni ed atti pubblici. L’as - sociazione «No al Carbone» che ha promosso la manifestazione di ieri lo aveva ribadito nei giorni scorsi: «...la centrale si sarebbe dovuta convertire a gas e da circa un anno ha ottenuto i permessi per realizzare tale conversione». Ma i vertici di Edipower, la seconda per dimensioni delle centrali a carbone di Brindisi, ubicata a Costa Morena, ci hanno ripensato. Perché cambiare? Meglio investire. Realizzando un carbonile coperto e im pianti di desolforizzazione. Sarà così possibile fare uso di carbone con più elevato tenore di zolfo e quindi più inquinante. D’altra parte, la Regione, la vertenza Ilva non l’ha certo conclusa con la chiusura dell’Iva di Taranto. Ha però preteso che si adottassero impianti che riducessero a zero le emissioni. Il presidente Vendola ha sostenuto che il risultato c’è stato. E, pare, di notevole portata sotto il profilo dell’impatto a m b i e n t a l e. Edipower ha osservato in silenzio e poi ha corretto il tiro. In barba alle convenzioni del ‘96. Che intenda percor rere una strada analoga? Gli ambientalisti di «No al carbone» venderanno cara la pelle. Lo hanno gridato forte. È guerra all’uso indiscrimi nato del carbone, combustibile gravemente nocivo per l’ambiente e la salute dei cittadini: non faranno un solo passo indietro. Si adopere ranno, anzi, con tutte le loro forze perché si vada in direzione della riconversione a gas. E se Edipower non volesse sentire ragioni? Non esiteranno a chiedere la chiusura della centrale con la ricollocazione dei lavoratori presso la centrale Enel di Cerano. Convinti che sia sempre valido il detto: «Colpirne una per educarne cento». Perché la mobilitazione non è nei confronti di Edipower ma all’attacco indiscriminato portato al territorio da tutte le aziende «senza scrupoli».
(Fonte: La Gazzetta Del Mezzogiorno del 11 Aprile 2010 articoli di Valeria Cordella Arcangeli)
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